Gli insegnamenti di Claudio Mazzaufo

18 Febbraio 2017

"L'atletica raccontata". Intervista a Claudio Mazzaufo


 

di Orlando Del Grosso

Vi dico solo che alla terza pagina del suo curriculum vitae, ho perso il conto degli incarichi ricoperti e dei risultati raggiunti. Di chi sto parlando? Barbetta bianca, occhiali da sole, sorriso contagioso, entusiasmo da ragazzo che scopre la vita. Avete capito? Sto parlando del prof. Claudio Mazzaufo! Claudio è un’icona del nostro movimento, non solo a livello regionale, ma anche nazionale. Chi non lo ricorda seduto sulle gradinate della tribuna dello stadio di Osaka mentre Howe, con un ultimo salto da record italiano, diventava vice campione del mondo? Appunto, non credo servano altre parole per capire che, in questo nuovo appuntamento della rubrica, abbiamo deciso di continuare il filone delle storie di chi, tra noi, è arrivato lì, dove tutti sogniamo di arrivare. Solitamente scrivo qualche riga in più di preambolo, ma quando si parla di icone, il rischio di cadere nello scontato, nel retorico, è alta, e, onestamente, questa rubrica non nasce per essere retorica. Anzi, qui si prova a scardinare il solito linguaggio e la solita “presentazione” dell’atletica e dei suoi protagonisti. Per questo motivo, quindi, andiamo direttamente all’intervista.

Ciao Claudio. Innanzitutto, complimenti per i risultati dei tuoi ragazzi ai Campionati Italiani Indoor. A "bruciapelo": giuliese o teramano? La questione, come ben sai, è importante (ride). A parte gli scherzi…Solitamente comincio con qualche domanda di riscaldamento. Con te, invece, voglio partire forte. Qualche giorno fa - intanto ti rinnovo, anche per questo, i complimenti di persona - sei stato nominato Advisor dei salti nella struttura tecnica nazionale. Spiegaci un po’ cosa significa, quali saranno i tuo compiti?.

Ciao Orlando, grazie per i complimenti. Rispondo alla prima domanda. Sono orgoglioso di essere nato a Giulianova e altrettanto orgoglioso di essere un adottivo teramano! Advisor, tradotto significa consigliere, consulente. In pratica collaborerò con i Direttori Tecnici, in primis Stefano Baldini, con i Tutor e con gli allenatori interessati dei migliori atleti nazionali della fascia che va dai 17 ai 25 anni, per tutte le attività federali (programmazione, raduni, allenamenti, attività internazionali, cura delle problematiche fisiche.

Facciamo un salto nel passato. Da ragazzo giocavi a calcio, ma poi… Come e quando è arrivata l’atletica nella tua vita? Il compianto Maestro Marco Ettorre amava raccontare di quanto tu fossi stato il suo atleta più “animale da gara”. Diceva che in gara non mollavi mai. Quanto è stato importante Marco per la tua carriera da atleta, tecnico, insegnate? Un bel aneddoto che possa aiutare a capire chi era il Maestro a chi non lo ha conosciuto?   

Si, ho giocato per tre anni nelle giovanili dell’allora glorioso Giulianova calcio. L’atletica nella mia vita è arrivata per merito del prof. Romeo De Giuli che abitava di fronte casa mia e che, in seguito, mi fece conoscere Il MAESTRO Marco Ettorre. Dopo pochi allenamenti, Marco mi fece subito gareggiare ai campionati regionali Allievi allo Stadio Adriatico di Pescara. Andammo in pullman, c’erano un sacco di ragazzi e, soprattutto, ragazze. Una di queste, Paola Marcone, in futuro sarebbe diventata mia moglie! Vinsi la gara di lungo con 6,45. Da quel momento, era il lontano 1975, lasciai definitivamente il calcio e mi dedicai esclusivamente all’atletica.

Marco per me è stato tutto, e non è retorica. Senza il Maestro non sarei l’allenatore e, forse, l’uomo che sono. Marco mi è stato vicino in un momento molto delicato della mia crescita ed è  stato determinante per la mia carriera da atleta. Senza di lui non sarei mai entrato a far parte del gruppo atletico delle Fiamme Gialle e non avrei avuto i risultati che ho conseguito da allenatore. Fu lui che mi spinse a fare l’insegnante di educazione fisica e, di conseguenza, a restare nell’atletica. Marco ti ha detto che ero un “animale da gara”. Ti racconto un aneddoto per farvi capire come il Maestro ha contribuito a creare “l’animale”. Avevo 19 anni ancora da compiere, finale dei campionati regionali studenteschi allo Stadio Adriatico. Avendo saltato la settimana prima la buona misura di 6,90, Marco venne avvicinato da alcuni tecnici pescaresi che fecero al Maestro i complimenti per il mio risultato ed uno di loro gli disse: “Marco, certo che con Mazzaufo stai cavando il sangue dalle rape”, riferendosi al fatto che, non avendo un grande fisico, non mi davano tanto credito. Il Maestro, prima della gara, mi chiamò e mi raccontò tutto ben sapendo che mi sarei arrabbiato e caricato tantissimo e, naturalmente, non si sbagliava: mi venne il sangue agli occhi e saltai 7,16, migliore prestazione juniores stagionale! Quando dopo la gara guardai il Maestro sugli spalti, lui rideva sotto i baffi.

Osaka 2007, Mondiali, ultima serie di salti,  Howe in pedana, un salto che vale il record italiano e la medaglia d’argento. Cosa si prova in quel momento, quali sono le sensazioni che si avvertono quando si è certi di aver vinto una medaglia? Raccontaci la tua storia con Andrew Howe, scegli tu da dove partire e dove finire.

Le belle emozioni sono sempre difficili da raccontare, diverse tutte le volte e tutte le volte uguali. Ricordo che, in quella occasione, sono rimasto relativamente tranquillo perché sapevo che i giochi non erano ancora fatti e, purtroppo, Saladino non mi smentì superando Andrew all’ultimo salto e togliendogli dal collo la medaglia d’oro. Comunque, la soddisfazione fu enorme.

La storia con Howe è una lunga storia che andrebbe raccontata in un libro o in un film. Mi ha dato moltissimo sia professionalmente che umanamente e voglio raccontarvela soffermandomi solo sui passaggi più importanti. Iniziò a Casal del Marmo nel 2000 durante un raduno regionale. Ero il responsabile nazionale giovanile del settore salti della federazione, lui aveva 15 anni e, nei test atletici che facemmo, massacrò letteralmente gli altri atleti molto più grandi e accreditati di lui. Capii subito che ero di fronte ad un fenomeno, spinsi la Federazione a convocarlo ad un raduno con la nazionale assoluta a Formia e mi presero per matto perché mai nessun Cadetto era stato convocato ad un raduno dell’assoluta. Insistetti e lo convocarono. Per la cronaca, dormì in camera con Fabrizio Donato, ora suo allenatore. Quella fu la molla decisiva per avvicinarlo definitivamente all’atletica, perché disertò un provino con l’Empoli Calcio che aveva già fissato. Andrew quell’anno saltò 7,52 di lungo al Criterium Nazionale Cadetti, seconda prestazione mondiale under 16 di tutti i tempi, facendo restare tutti a bocca aperta. Howe amava i salti. Nel 2002 da Allievo a Caen saltò 16,27 di triplo (migliore prestazione mondiale delle Gymnasiadi) e ai Mondiali Juniores di Grosseto 2004 vinse il lungo con 8,11 e vinse anche i 200 con 20”28  (record europeo Juniores). Da lì iniziò il dilemma tutto italiano: correre o saltare? Nel 2005 decise di correre ma, non avendo fatto una grande stagione, mi telefonò e mi chiese se lo avessi affiancato, insieme a mamma René, nella gestione tecnica e metodologica della stagione successiva in quanto aveva deciso di saltare. La Federazione mi nominò responsabile nazionale del salto in lungo ed Andrew, nel 2006, si classificò terzo ai campionati mondiali indoor di Mosca e vinse gli europei di Goteborg. Nel 2007 vinse gli Europei Indoor di Birmingham con il record italiano indoor di 8,30 e fu vice campione mondiale ad Osaka con il record italiano all’aperto di 8,47. Nel 2008 fallì le olimpiadi di Pechino perché arrivato all’appuntamento con i postumi di un infortunio patito in Coppa Europa mentre correva i 200 metri. Ricordate il dilemma? Nel 2009 non ha praticamente saltato per colpa di uno speroncino osseo al calcagno del piede di stacco, che ha asportato con una operazione consigliata da me e fatta in Finlandia. Nel 2010 è tornato a saltare su buoni livelli: 8,16 ai Campionati Italiani di Grosseto, staccando 19 centimetri dietro, e 8,12 ai Campionati Europei di Barcellona, classificandosi quinto. Ma lui non era soddisfatto di questi risultati e, a fine stagione, alla Notturna di Milano, dopo aver corso i 200 in 20”30, qualcuno lo convinse a trascurare il lungo per dedicarsi principalmente alla velocità. Ricordo distintamente che gli dissi che stava commettendo un grosso errore, perché con 8,30 avrebbe sempre vinto una medaglia a qualunque manifestazione internazionale, mentre con 19”99 non sarebbe salito sul podio. Ma non mi ascoltò, e le nostre strade si divisero. Purtroppo, nel 2011, si ruppe il tendine correndo un 150 in allenamento, e da lì ci fu un lungo periodo di riabilitazione. Alle Olimpiadi di Londra del 2012, dove purtroppo non partecipò, la medaglia olimpica nel lungo fu vinta con 8,31, l’argento con 8,16 e il bronzo con 8,12. Poi vi fu un lungo periodo alla ricerca delle vecchie “sensazioni” con il mio sprone a non mollare. Oggi, dopo aver deciso di saltare, si allena con Fabrizio Donato a Castel Porziano, e sono sicuro che tornerà sopra gli 8 metri. Ci ho sempre creduto, e questo Andrew lo sa.

Ho sentito qualche tempo fa un tuo intervento, in un convengo, in cui parlavi di “Come si diventa campioni”. Se dovessi fare una classifica, dal più  importante a quello meno incisivo, quali sarebbero i fattori necessari per diventare un campione?  

In una ipotetica classifica delle qualità che un campione deve possedere, al primo posto metterei la “testa”, intesa come intelligenza, carattere e voglia di arrivare, al secondo metterei il “talento” fisico/atletico e poi, a seguire, la professionalità dell’allenatore, l’ambiente di allenamento e la famiglia.

Nonostante l’attività di alto livello, sia come ricercatore che come tecnico, ti ho sempre visto allenare anche le categorie giovanili e, aggiungo, con un entusiasmo e una carica che non sembrano subire gli effetti del tempo. Spiegaci il tuo segreto.

Non esistono segreti. Chi mi conosce sa che sono contagiato dalla voglia e dalla  gioia di vivere e questo mi fa diventare più semplice e bello tutto quello che faccio. Insegnare a scuola l’educazione fisica e far crescere giovani atleti sono le cose che sognavo di fare da giovane. Le sto facendo, cosa posso volere di più?!?!?

Siamo all’ultima domanda che, come accade spesso, ha delle sfumature romantiche. Una volta, scherzando, mi dicesti che se ti fossi mai candidato come sindaco di una città, all’elettorato avresti fatto la domanda: “volete la dispersione giovanile”? Volete vedere i vostri figli bighellonare, nella migliore delle ipotesi, per la città? Se la risposta è no, allora si deve puntare sullo sport!”. Nella tua idea, lo sport sembra essere un simulacro della vita, il luogo in cui i ragazzi sperimentano e imparano a gestire le gioie, ma anche le difficoltà della vita. Sbaglio? Molto spesso, come provvedimento per qualche brutto voto o qualche marachella, i genitori puniscono i figli non facendoli andare a fare sport. Secondo te è un provvedimento giusto? Quali suggerimenti ti senti di dare, da professore, educatore, allenatore, padre, ai genitori che leggeranno l’intervista, in riferimento all’importanza dello sport per la vita di un ragazzo?.

Sul primo punto non sbagli affatto, puntare forte sullo sport significa creare generazioni più sane, più forti caratterialmente, con meno rischi di incappare in esperienze negative come droga o alcol. Lo sport ti allena alla vita, è la metafora della vita: devi allenarti duramente, interagire con compagni e avversari, gestire al meglio vittorie e sconfitte capendone il significato, lottare per migliorarti nel rispetto delle regole. Tutto questo è possibile solo se in questo cammino si hanno vicino allenatori e dirigenti che, oltre ad essere preparati professionalmente, devono avere anche un grande spessore morale. In una società altamente tecnologica come la nostra, fare sport per un giovane è l’unica ancora di salvezza dall’estinzione. Figurati se, per punizione, gli toglierei mai la possibilità di farlo! I genitori, e aggiungerei anche qualche insegnante di materie scolastiche considerate di prima fascia, devono capire che fare sport non è come giocare a carte. Allenarsi costantemente è un impegno psicofisico notevole che aumenta le capacità generali dei nostri giovani. L’apprendimento cognitivo e quello motorio vanno di pari passo. E’ finita l’epoca di quelli che pensavano che chi non era bravo a scuola lo era nello sport. Difatti solo pochi ignoranti lo pensano ancora. Lasciare i giovani a casa, vietandogli per punizione l’attività motoria, per poi vederli rinchiusi in camera a chattare, navigare su internet o giocare ai videogiochi, è forse meglio? Non credo proprio. 

                        O.d.G.   

 



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